Le “fanciulle povere” del passato: immagini letterarie e realtà. Le doti

Le donne molto giovani, un tempo appellate con la bella parola italiana di “fanciulle”, hanno avuto una loro affermazione come topos (immagine, schema) letterario. Varie sono le ragioni: il bell’aspetto e la figura ancora in divenire dovuti alla verde età, la voce argentina e allegra e la spensieratezza ingenua dell’affacciarsi appena al mondo che in loro è visto mentalmente come a portata di mano.

Un esempio letterario tra i tanti è in Dante (Purg., 16-86): “Esce di mano a lui che la vagheggia / prima, che sia, a guisa di fanciulla / che piangendo e ridendo pargoleggia, / l’anima semplicetta, che sa nulla” – Ovvero: l’anima esce dapprima dalla mano di Dio che la immagina con amore prima che sia creata, come una fanciulla che in modo infantile passa dal riso al pianto, e, semplicetta, non sa niente ...
Sempre in letteratura le fanciulle qualificate come “povere”, cioè prive di mezzi di sostentamento autonomo, appaiono anch’esse un amabile topos che induce a sentimenti di speranza e nel riscatto sociale, cioè a un loro buon matrimonio o almeno al conseguimento del lascito di un parente generoso ...

Va detto però che nei fatti e nella storia tale ascesa fu un evento limitato: la stragrande maggioranza delle fanciulle povere rimase tale: non ebbe tanta fortuna come nei libri e non realizzò i sogni di uno status migliore; né l’aiutò una società dove il denaro e la proprietà da conservare ebbero costantemente rilevanza.

L’immagine letteraria tuttavia non volle e vuole andarsene e al riguardo, al di là del realismo, si prova ancora dispiacere a leggere un brano delle Memorie storiche di Pistoia del Fioravanti (1758, p. 497) sulla reale miseria del 1740 e delle giovani di montagna:

“Successe ancora, che i gran freddi causati da continui diacci, e brine, che ebbero la durazione per tutto il mese di maggio 1740, e la gran neve, che cadde dal cielo nei primi giorni del seguente novembre, cagionarono scarsezza tale di raccolti nella Montagna Pistoiese, che mancando in questo tempo a quei popoli il necessario sostentamento, abbandonarono molti quei loro paesi affine di sottrarsi da tante miserie; ed essendo capitate a Pistoia gran quantità di belle fanciulle, che senza trovar ricovero, andavano sparse per le strade, Federigo vescovo zelante pastore, unito con alcuni cittadini prevedendo il pericolo di quelle meschine, per riparare la loro onestà, fece quelle racchiudere in una casa posta nella parrocchia di S. Illario, e con l’aiuto di caritativi sussidi, fu loro somministrato il necessario mantenimento per vivere e, al giungere del mese di maggio, furono rimandate alle loro case”.

Simile turbamento dovette essere sentito anche dalle persone di cuore quando nella loro città o paese videro o ebbero a che fare con altre fanciulle povere. Per questo provvedettero a trovare case dove raccoglierle e sostentarle in modo più o meno temporaneo, come il vescovo pistoiese, oppure lasciarono loro nel testamento il sussidio principe delle donne: una dote.

Era questo un istituto presente già in epoca romana, rimasto attraverso i millenni, abolito in Italia solo dalla riforma del diritto di famiglia del 1975. Si può dire in breve e nella casistica più ricorrente che fosse il “complesso di beni” che la moglie apportava al marito per concorrere a sostenere gli oneri del matrimonio, e che alla fine di esso era obbligo per gli eredi di restituirle tali beni o il corrispettivo in denaro – in quanto nella vedovanza le necessità erano aumentate dalla solitudine e in vecchiaia dalla debolezza.
La dote fu richiesta anche dalle comunità religiose per le fanciulle che volevano monacarsi come suore corali, cioè addette al coro o come converse che non cantavano e si occupavano di varie incombenze.
E su di essa nei testamenti, numerose sono le testimonianze dei manoscritti d’archivio.

Un esempio inedito preso tra i tanti si trova in una pergamena del 1299 redatta a Lucca. Vi si legge come Perfetto di Cristoforo Manenti dettò le sue ultime volontà ordinando che i suoi fidecommessi per rimedio della sua anima facessero fare pani da 4 moggia di grano da distribuire ai poveri vergognosi, ai bisognosi ed ai luoghi pii, 300 tuniche di panno albagio con spesa fino a lire 300 per dispensarle a 300 poveri e miserabili persone, e soprattutto ai carcerati bisognosi dando a ciascuno di loro una refezione e denari 12 piccoli. Quindi, “pro adiutorium maritandi”, ordinò che a 50 “puellas, virgines, pauperes, miserabiles et timidas” fossero corrisposte lire 2500 di denari lucchesi piccoli, cioè lire 50 ognuna. E se qualcuna di loro avesse voluto passare al monastero piuttosto che al matrimonio gli si erogassero lire 60.

Un esempio invece di elemosina ‘in vita’, piuttosto famoso, è quello del granduca Ferdinando I. Lo riportiamo con le parole dell’abate Antonio Ferrini nel Compendio di storia della Toscana (1840, p. 163):
Ferdinando I “ebbe la consolazione di esser padre di un figlio che chiamò Cosimo nato gli il 12 maggio. É facile immaginarsi quanto gradita gli fosse la nascita di questo maschio in cui vedeva assicurata la successione nel granducato [...].
Il popolo, sebbene afflitto dalla miseria, avrebbe voluto dimostrare la sua gioia in tale circostanza con pubbliche feste: ma il granduca, avuto riguardo allo stato non prospero dei sudditi, impedì che fossero fatte spese inutili, ed ordinò che quel danaro che doveva spendersi nella esecuzione delle feste, fosse erogato a vantaggio degl’indigenti ed a costituire un fondo per distribuire annualmente un certo numero di doti alle fanciulle povere ...”. Sensibilità che fu anche del figlio Cosimo II (p. 174): “Con disposizione testamentaria fatta nel 1615 a causa di malattia, Cosimo aumentò le doti lasciate da Ferdinando alle povere fanciulle [...]”.

Nei tempi successivi, al pari dei granduchi, i cittadini di Firenze e gli enti religiosi, tra i quali il convento della SS. Annunziata, non rimasero indietro nella pubblica generosità delle doti. Celso Arrigoni in Istituti di Beneficenza fiorentini, 1882 cita una gran numero di opere pie e tra queste quelle che interessavano le fanciulle povere della parrocchia proprio della SS. Annunziata. Erano:

– l’Opera Pia Ardinghelli (testamento di Francesca Ardinghelli, 6 marzo 1634, e codicilli 17 giugno 1637 e 19 febbraio 1641) per il conferimento di un’annua dote di L. 47.50 a favore delle fanciulle della parrocchia;

– la Pia Eredità Fabbrini (Anton Vincenzo Fabbrini, 15 maggio 1714) che lasciò un capitale perchè ne fosse erogata la rendita nel conferimento di n. 30 doti di L. 117.60 ciascuna, per le fanciulle povere delle parrocchie della SS. Annunziata e di altre di città. Il pio lascito ebbe effetto nel 15 dicembre 1715, epoca della morte del Fabbrini;

– l’Opera Pia Elmi (testamento del sacerdote Andrea Elmi, 8 aprile 1727) per il conferimento di n. 14 doti annue delle quali 10 di L. 78. 22 a ciascuna giovane e di esse tre per estrazione a sorte a fanciulle sempre della parrocchia della SS. Annunziata di Firenze;

– le doti Massetani (testamento di Pier Giovanni Massetani del 23 giugno 1728), nove doti l’anno di L. 70.56 ciascuna a beneficio di fanciulle del popolo della SS. Annunziata di Firenze, da conferirsi per estrazione a sorte.

Oltre a ciò, alla SS. Annunziata – e per finire presentiamo qui altri inediti d’archivio – fu estratta la dote Gigliamonti-Allegroni.
Lo ricorda un attestato rilegato in un registro di camarlingheria del convento. Dice:

“Attestasi da me infrascritto segretario e partitario del venerabile convento della Santissima Nunziata della Città di Firenze come nel libro delle Doti estratte Gigliamonti e Allegroni segnato lettera A apparisce quanto appresso, cioè
A dì 8 settembre 1803
In detta mattina, secondo il consueto, nella sindicheria del convento della Santissima Nunziata della Città di Firenze, alla presenza di molti religiosi e signori secolari, si divenne all’estrazione della solita dote Gigliamonti di scudi cento. Onde dal molto reverendo padre maestro Giuseppe Savelli, attual priore in detto convento, intonato l’inno Veni Creator, furono imborsati i nomi delle dieci fanciulle, nominate dai soliti che a ciò hanno diritto, e sortì la prima la signora Carlotta Maria Fortunata figlia del signore Giovanni Battista Visconti, nata come da sua fede di battesimo il dì tre agosto 177nove nella cura del Domo, nominata dall’illustrissimo e reverendissimo signore Niccolò Laparelli, priore dell’insigne real basilica di S. Lorenzo, e fu la grazziata della detta dote Gigliamonti dell’anno corrente 1803. In fede di che.
Fra Luigi M. Brilli segretario e partitario mano propria”.

Per corrispondere tale dote erano state richiesti altri documenti, tra i quali un’attestazione particolare di nobiltà.
Il 31 agosto 1799 infatti il commesso aggregato dell’Archivio delle Riformagioni dichiarava che era stata fatta “diligente rimazione [indagine, ricerca] in un libro intitolato ‘Quartiere di S. Spirito Consorterie 4 tutto’ che si conserva nel predetto archivio tra i fogli e carte interessanti gli affari di nobiltà, e cittadinanza, e a c. 172 tutto del medesimo” aveva trovato “essere descritta la famiglia:
Visconti fino dal 1712
E tra gli individui della medesima essere notato
Giovanni Pasquale Gaetano di Francesco Maria di Claudio”.
Firmava l’attestazione: “Et in fede P. Vagnucci commesso aggregato”.

Paola Ircani Menichini, 6 marzo 2026. Tutti i diritti riservati.




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